domenica 21 novembre 2021

Vi presentiamo il thriller di Marco Eletti

Trama
Doveva essere un incontro per sancire la pace fra Israele e lo Stato di Palestina, ma all'improvviso tutto precipita: il presidente dell'ANP, Arif Benaldjia, inizia ad accusare gli israeliani di avere attentato alla sua vita. Un tentativo di avvelenamento? O solo un malore? Poco importa perché la Palestina, con l'appoggio dell'Iran e dell'intero mondo islamico, concede un inquietante quanto spaventoso ultimatum a Israele: confessare al mondo intero il tentativo di uccidere Benaldjia entro cinque giorni. In caso contrario, la rappresaglia è già pronta. Da subito gli alleati storici di Israele prendono le sue difese, ma non sembra esserci spazio per ulteriori accordi. Benaldjia è in fin di vita, il tempo scorre inesorabile verso l'ultimatum, e solo una cosa può impedire un nuovo, palpabile Olocausto: una misteriosa valigetta che sembra essere l'unica soluzione alla più grave crisi mediorientale mai vista, e la speranza risiederà nei tre uomini che dovranno scortarla nel suo viaggio dagli Stati Uniti alla Siria. Ma avranno tutt'altro che vita facile, e quella che doveva essere una semplice missione si trasformerà in un inferno.

L'estratto del nuovo thriller di Paolo Roversi "Black money"


PARTE PRIMA 
L’esperimento
Parigi, rue des Écoles Candice Monroe spalancò gli occhi e si sentì soffocare. Non capiva cosa le stesse succedendo, avrebbe voluto gridare ma non ci riusciva. Cercò di tirarsi su, ma le risultò impossibile: aveva i polsi legati dietro la schiena e le caviglie bloccate. Era in trappola, rinchiusa in un luogo stretto che puzzava di gasolio. La cosa peggiore, tuttavia, era che non ricordava come fosse finita in quella situazione. Provò inutilmente a liberare le mani. Il suo respiro si fece affannoso. Il nastro adesivo che le copriva la bocca quasi non lasciava passare l’aria. Tentò di calmarsi, anzi se lo impose per non morire asfissiata. Rallentare il ritmo cardiaco, respirare col naso. Difficile stando in quel buco, legata con del fil di ferro che le tagliava la pelle dei polsi e delle caviglie. Chiuse gli occhi e si sforzò di razionalizzare, di ricostruire. L’ultimo ricordo nitido che aveva era quello di lei che saliva su un taxi, subito dopo la conferenza alla Sorbonne. Da lì, buio completo.
Decise di concentrarsi sui rumori. Avvertiva un rollio continuo, ogni tanto sobbalzava e, ben presto, si rese anche conto che la sua prigione si muoveva. Doveva trovarsi su un furgone o nel baule di un’automobile. L’andatura diminuì e il mezzo s’arrestò. Sentì una portiera sbattere e, un attimo dopo, il portabagagli si spalancò. A quel punto fu investita dalla luce artificiale di una lampada al neon. Un uomo le sorrise. Un cappello a tesa larga calato sulla fronte e una folta barba a coprirgli il volto. Dal poco che riusciva a intravedere, sembrava che si trovassero in un garage o in un’autorimessa. «Si calmi, dottoressa Monroe. Lei è qui per un esperimento scientifico. Se verranno confermate le sue tesi, forse vivrà. In caso contrario...» L’uomo parlava un inglese perfetto. Da straniero, certo, ma impeccabile. Candice iniziò a tremare. Conosceva il suo nome, l’aveva chiamata dottoressa. Ma di che esperimento si trattava? E poi cosa significava “Se verranno confermate le sue tesi, forse vivrà”? Spalancò gli occhi terrorizzata mentre lui le si avvicinava con una siringa in mano. «Non siamo ancora arrivati a destinazione» la informò. «Cambiamo solo mezzo di trasporto.» La donna cercò di opporsi, ma la tenne ferma infilandole con perizia l’ago nel braccio destro. «Calma» le sussurrò mentre il liquido le scorreva nelle vene. In meno di un minuto Candice perse i sensi, lui la sollevò senza difficoltà e l’adagiò nel portabagagli di un’altra automobile.

2. 
Milano, piazza Affari L'obbiettivo era in ritardo e Klaus Hoffmann cominciava ad inquietarsi. Secondo le informazioni, Harib Al Alawi, vicepresidente esecutivo della Bank Muscat in Oman, avrebbe dovuto avere un incontro con alcuni broker subito dopo la chiusura delle contrattazioni, vale a dire circa mezz’ora prima, solo che ancora non si era fatto vivo. Milano era soleggiata e umida, e Klaus, che indossava una pesante tuta da motociclista in pelle, sudava copiosamente. A cose fatte, se la sarebbe tolta per gettarla in un cassonetto dei rifiuti insieme ai guanti e alla pistola, ma fino ad allora avrebbe dovuto sopportare quella canicola così atipica per il mese di settembre. La sera precedente, quando era salito sul treno, a Monaco di Baviera pioveva a dirotto e l’aria era frizzante, lì invece pareva fosse ancora piena estate. Si era appostato ormai da ore davanti alla sede della Borsa, un imponente palazzo in marmo bianco corredato all’esterno da quattro grandi piedistalli che sorreggevano ciascuno una statua. Su una targa aveva letto il nome dell’edificio, PALAZZO MEZZANOTTE, dal cognome dell’architetto che l’aveva progettato nel 1932. La cosa che però aveva incuriosito di più il tedesco era la strana scultura che troneggiava al centro della piazza antistante. Alta più di dieci metri, era stata realizzata con il bianchissimo marmo di Carrara e raffigurava un’enorme mano con il dito medio alzato. Vedendola, Klaus aveva accennato un sorriso: quel gesto e il suo significato erano inequivocabili. Restava da capire a chi fosse rivolto: ai risparmiatori, ai broker, ai cittadini che passavano di lì? Non ebbe molto tempo per rifletterci, perché la berlina nera che aspettava finalmente spuntò da via delle Orsole fermandosi proprio davanti alla scalinata del palazzo, e lui si preparò all’azione.

3 Roissy-en-France, rue de la Fossette 
Il riverbero era accecante. Candice riaprì gli occhi e tentò istintivamente di ripararsi con una mano, ma non ci riuscì: le aveva ancora bloccate, anche se in una posizione diversa. Non era più rinchiusa in un portabagagli, ma si trovava in una stanza senza finestre completamente bianca, con luci fortissime sopra la sua testa. L’ambiente era spoglio, fatta eccezione per la sedia su cui era immobilizzata e il tavolo bianco davanti a lei dove erano posati un microfono e un laptop color argento. Nient’altro. Le era stato tolto il bavaglio e lei iniziò a urlare con quanto fiato aveva in gola. Gridò, chiese aiuto, ma capì subito che era inutile. La stanza era pensata apposta perché nessuno potesse sentirla; un luogo dove condurre in tranquillità “l’esperimento”... Brividi freddi le correvano lungo la schiena, ma non si trattava di paura: era senza vestiti e si vergognava con solo l’intimo indosso. Tutto ciò che aveva era scomparso: la borsa, il cellulare, il cappotto. Via tutto. Nemmeno le scarpe. Ed era una sensazione terribile perché il pavimento era allagato. L’acqua gelida le arrivava quasi alle caviglie, tremava e aveva la pelle d’oca. Urlò nuovamente. Una, due, tre volte. Sentiva la gola secca, moriva di sete, ma cercò d’ignorare quello stimolo. Si dibatté, ma la sedia era imbullonata al pavimento e lei vi era legata con una serie di lacci di cuoio. Le ferite sulle caviglie e sui polsi causate dal fil di ferro che la teneva prigioniera durante il trasporto in auto le erano state medicate e fasciate con della garza. “Quindi, almeno per ora, non mi vuole morta” pensò. Ben presto capì che le era impossibile liberarsi. Non poteva scappare, quindi iniziò a porsi delle domande: chi era l’uomo che l’aveva rapita? Che intenzioni aveva? L’avrebbe torturata? Perché medicarla, allora? Mille pensieri affollavano la testa di Candice. Si sentiva frastornata. Ricordava solo di essere salita su quel taxi e poi di essersi assopita. Proprio lei che soffriva d’insonnia da anni! Mentre razionalizzava, udì un cigolio alle sue spalle. Una porta che si apriva. Non poteva voltare la testa, ma avvertì i passi di qualcuno nell’acqua. Anche l’odore acre di tabacco e caffè. L’aveva già sentito, era dell’uomo con la siringa, quello che l’aveva drogata. Le passò accanto e si andò a mettere sul lato opposto della stanza. Indossava un passamontagna nero. L’unica cosa che lei poteva vedere erano i suoi occhi azzurri. Glaciali. Portava un paio di stivali di gomma verdi, alti fino al ginocchio, dei jeans sgualciti e un maglione marrone. Alle mani aveva guanti da chirurgo, per non lasciare impronte. Candice si sentì rabbrividire. Era praticamente nuda dinanzi a uno sconosciuto. Un maniaco. Legata da cinghie di cuoio come in un gioco sadico e con i piedi immersi nell’acqua. Tremava e non riusciva a parlare, così aspettò che fosse lui a rompere il silenzio con una domanda inquietante. «Allora, Candice: è pronta per il nostro esperimento?»

sabato 20 novembre 2021

"IL CASO VERSACE", il libro del giornalista di Vanity Fair che racconta nei dettagli il caso sull'omicidio Gianni Versace

Nota 
Apparso per la prima volta nel 1999, due anni dopo la tragica scomparsa di Gianni Versace, il libro di Maureen Orth – all’epoca, e ancor oggi, giornalista di Vanity Fair – rappresenta tuttora il resoconto più approfondito e completo della vicenda di Andrew Cunanan e dell’omicidio del celebre stilista italiano. Frutto di un imponente e scrupoloso lavoro di ricerca, basato sull’analisi di migliaia di pagine di rapporti di polizia e su oltre quattrocento interviste che l’autrice ha condotto con i protagonisti, i comprimari e i semplici spettatori della storia, e caratterizzato da una rigorosa verifica delle fonti, questo libro non è mai stato oggetto di azioni legali o di contestazioni dirette a bloccarne la diffusione ed è stato costantemente ristampato. In virtù della qualità riconosciuta del materiale qui raccolto da Maureen Orth, su questo libro è basata la seconda stagione della serie TV American Crime Story: The Assassination of Gianni Versace, prodotta dal canale televisivo statunitense FX e trasmessa in molti Paesi a partire dal mese di gennaio 2018.

Prologo
Il telefono squillò verso l’una di notte, e rispose mio marito, ancora mezzo addormentato. «Vorrei parlare con Maureen Orth. C’è Maureen Orth, la scrittrice?» La voce maschile era insistente. «Chi è lei?» «Voglio parlare dell’articolo.» Una pausa, poi un clic. «Credo sia lui», disse mio marito. «Lui chi?» «Il tizio sul quale stai scrivendo.» «Che cosa? Andrew Cunanan, intendi?» «Strano», commentò mio marito. Poi si girò dall’altra parte e si riaddormentò. Io, invece, ero ormai sveglissima. Passò una decina di giorni, e poche ore dopo che Gianni Versace, il celebre stilista e icona gay, era stato ucciso, il telefono squillò di nuovo, poco dopo l’una di notte. Dovevo partire l’indomani mattina per Miami per scrivere un articolo sull’omicidio Versace, giacché il sospetto numero uno era proprio Andrew Cunanan. Erano quasi due mesi che scrivevo articoli su Cunanan su Vanity Fair, la sua rivista preferita. Oltretutto avevo scoperto che aveva conosciuto Versace diversi anni prima e che era sospettato di avere commesso altri quattro omicidi, tra cui quello del suo migliore amico e dell’unico uomo che avesse mai detto di amare. «Pronto, c’è Maureen Orth?» Mio marito riconobbe la voce: maschile, effeminata. «Chi parla?» Ma la persona all’altro capo del filo ci ripensò. I suoni di fondo dell’interurbana s’interruppero bruscamente. Non saprò mai se in quel momento persi lo scoop della mia vita. In circostanze diverse, apparire su Vanity Fair sarebbe stata la realizzazione di un sogno per Andrew Cunanan. All’inizio del luglio 1997, però, stava per diventare l’oggetto di una delle più vaste cacce all’uomo nella storia dell’FBI. Migliaia di persone avrebbero cercato di stanarlo, ma nessuno ci riuscì. Nove giorni dopo, il suo corpo fu ritrovato in una casa galleggiante di Miami Beach. Non solo, ma i suoi delitti e il suo viaggio sanguinoso e tragico attraverso l’America avrebbero riempito le pagine dei giornali per mesi. Quella che all’inizio fu erroneamente scambiata dai media per una «lite tra amanti omosessuali», circoscritta al mondo gay, balzò sulle prime pagine delle testate più importanti e acquistò rilievo a mano a mano che Cunanan, perdendo ogni scrupolo, diede sfogo a una violenza senza pari: le sue imprese apparvero sulla copertina di Time e Newsweek. Ma prima di uccidere Gianni Versace, prima che la sua terribile reputazione si diffondesse in tutto il mondo, Andrew Cunanan aveva già attraversato un universo parallelo dell’America omosessuale odierna, cominciando da una vita squallida fatti di espedienti e droga, fino ad arrivare al mondo sofisticato dei ricchi che nascondevano la propria omosessualità. Andrew, peraltro, si trovava a suo agio in qualunque ambiente. Sapeva parlare di arte e architettura, ed era ferratissimo in materia di marche e status symbol. Si era fatto mantenere, e aveva soggiornato a Palazzo Gritti a Venezia, oltre che a Saint-Jean-Cap-Ferrat. Poi, però, si era innamorato di un giovane architetto in carriera e, verosimilmente perché l’uomo ricco, più vecchio di lui, che lo manteneva, non ha voluto regalargli la Mercedes dei suoi sogni, aveva rotto con il mondo dorato al quale aveva sempre aspirato. Qualunque cosa riuscisse a procurarsi, Andrew Cunanan voleva sempre di più: più droga, sesso più trasgressivo, vino più pregiato. Per qualche strano motivo, si era convinto che tutto gli fosse dovuto. E perché no, in fondo? Era sempre il centro della festa, il ragazzo più brillante a tavola. A ventisette anni, però, era anche narcisista, egocentrico e vanaglorioso, un bugiardo patologico che s’immaginava realtà alternative ed era tanto intelligente da convincere anche gli altri. Nei gruppi di persone che frequentava, superficiali o semplicemente ingenue, Andrew sapeva rendersi indispensabile. Sotto la vernice del fascino, però, si annidava una psicosi pericolosa, alimentata dai film pornografici violenti che amava guardare e dall’assunzione di cristalli di metanfetamina, cocaina e varie altre sostanze molto diffuse nelle comunità omosessuali, sebbene si tenda a non parlarne. «Chiunque abbia provato la metanfetamina e si sia fatto un brutto viaggio può ripensare a quello che è successo [e capire]», afferma Joe Sullivan, ex utilizzatore di crystal meth che aveva conosciuto Andrew a San Diego. «Mi pare impossibile che a nessuno sia venuto in mente di associare a questo percorso un consumatore di ice.» Dovevo parlare di Andrew Cunanan, e quindi spettava a me cercare di identificare le bugie e mettere a nudo le contraddizioni della sua storia. Non fu facile svelarne i segreti. Era un bel bambino di origini filippine e italiane, con un QI di 147. Ma i suoi genitori avevano un matrimonio infelice, e contavano su di lui, il figlio minore, per salvarli e redimerli. Essendo costantemente sotto pressione, questo intelligentissimo bambino non riuscì mai a formarsi una personalità adulta coerente. Più scoprivo dettagli sul suo conto, più mi rattristava vedere che le droghe e le pratiche sessuali trasgressive lo involgarivano, e la prostituzione praticata a molti livelli diversi lo lasciava pigro e senza difese. Quando si ritrovava da solo, non aveva risorse professionali o morali sulle quali appoggiarsi. Era stato sedotto da un mondo avido, crudo, pornografico che considerava i valori superficiali di giovinezza, bellezza e denaro come i massimi risultati cui aspirare per essere felici. Alla fine, invece, Andrew Cunanan, spiritoso e intelligente, il prodotto di una madre esageratamente cattolica e di un padre altrettanto fanaticamente materialista, aveva ceduto al proprio lato oscuro e malvagio, e aveva inflitto un dolore incalcolabile a chi lo circondava. Nel seguire il suo terribile percorso, sono rimasta affascinata dall’idea che non stavo raccontando solo la storia di un ragazzo tormentato e del suo accesso di violenza. Stavo anche narrando una sorta di odissea attraverso l’America di fine secolo: negli ultimi due decenni si erano formate nuove comunità, in cui il politically correct di un finto crogiolo culturale (le cui componenti rifiutavano di amalgamarsi) paralizzava di fatto l’attività delle forze di polizia e dei media, e dove il denaro serviva a coprire gli errori commessi. Certe cose, naturalmente, non cambiano mai, come per esempio la capacità delle famiglie potenti d’impedire la rivelazione della verità e di proteggere i segreti. Durante i miei viaggi ho scoperto che i gay, intesi come gruppo organizzato, sono in fasi dinamiche e alternanti di formazione politica. La loro capacità di organizzarsi a livello locale ha un impatto sull’influenza che riescono a esercitare sulle forze dell’ordine. A San Francisco e New York, Andrew avrebbe fatto fatica a nascondersi. A South Beach, paradiso dei turisti, invece, la vasta comunità gay non chiede protezione. 
Spesso rifiuta perfino l’idea stessa di avere bisogno di protezione, anche sessuale. South Beach a parte, mi sono imbattuta nell’incapacità, in tutto il Paese, di ammettere l’ampio uso di sostanze stupefacenti, e nell’esistenza di strutture create per favorire tale tossicodipendenza, all’interno della comunità gay ma anche da parte delle forze dell’ordine, che sembrano a disagio nell’affrontare certi temi per timore che vengano interpretati come un attacco nei confronti degli omosessuali. Se l’FBI avesse conosciuto meglio l’universo gay della Florida meridionale, per esempio, Andrew Cunanan, uno dei dieci criminali più ricercati, non sarebbe mai riuscito a vivere indisturbato all’hotel Normandy Plaza per quasi due mesi o a lasciare un camioncino rosso rubato in un garage per settimane intere. Invece, la caccia all’uomo che investì tutto il Paese e costò milioni di dollari diede ben pochi risultati. Kevin Rickett, il giovane agente dell’FBI responsabile della squadra speciale per la cattura del fuggitivo in Minnesota, mi disse: «Non vi furono molti progressi durante le indagini perché non riuscimmo mai ad avvicinarci a lui. Non lo raggiungemmo mai». La vicenda, che mi condusse da una costa all’altra, mi portò a scoperte inimmaginabili. Non avevo idea, all’inizio, dell’effetto profondo che il processo di O.J. Simpson aveva avuto sull’accusa, a livello locale e statale: ormai i procuratori locali e statali sono estremamente riluttanti a riconoscere la colpevolezza di un presunto omicida se le prove indiziarie non sono solidissime. «O.J. ha rovinato tutto», mi disse Paul Scrimshaw, investigatore capo a Miami Beach durante le indagini sul caso Versace. «Hanno tutti paura, nessuno vuole fare una figuraccia. Ogni indagine adesso è rovinata per colpa sua. Barry Scheck andrebbe sventrato e squartato.» Alla fine fu confortante vedere l’FBI, almeno a livello nazionale, sforzarsi realmente di rimediare agli errori del passato. I terribili crimini di Andrew Cunanan si rivelarono un catalizzatore positivo che permise di adottare pratiche migliori e favorì la cooperazione tra forze dell’ordine diverse, oltre che tra la polizia e la comunità gay. A tutt’oggi, però, sebbene esista un meccanismo per rintracciare un’auto scomparsa su scala nazionale, non c’è un sistema per trovare una persona scomparsa. Andrew Cunanan era il personaggio perfetto da dare in pasto ai tabloid che, dalla vicenda di O.J., erano diventati avidi di cronaca nera e sensazionalismo. La produttrice della trasmissione Hard Copy Santina Leuci afferma: «Cunanan aveva tutti i numeri giusti: sesso, violenza, ed era un serial killer. Inoltre era in fuga, tutta la polizia gli stava dando la caccia, tutto il Paese era in attesa che venisse catturato». Cosa succede quando una notizia diventa la notizia numero uno in America oggi? Mi trovai all’improvviso nel bel mezzo di uno tsunami. I giornali scandalistici sono l’equivalente odierno dei circhi dei mostri di inizio Novecento. Adesso abbiamo fenomeni da baraccone ventiquattr’ore su ventiquattro che possiamo guardare insieme, ogni giorno e ogni notte, e ogni anno certi individui vengono eletti Numero Uno. Andrew Cunanan – «È gay! È malato! Uccide gente ricca e famosa!» – ebbe quel ruolo per un po’, prima di essere sostituito da una principessa. Sono rimasta colpita dalla quantità e velocità con cui circola il denaro quando esplode una vicenda del genere. Un giornalista tradizionale della carta stampata parte svantaggiato. Regna una sorta di frenesia generale, in cui la copertura mediatica dell’evento influenza le indagini e le reazioni della polizia, e alla quale chiunque lo desideri può contribuire con trasmissioni televisive, stampa, Internet, mostrando le famiglie in lutto durante i funerali, la polizia assediata eccetera. È una soap opera globale, che va in onda ventiquattr’ore al giorno. Le famiglie delle vittime, sopraffatte dagli eventi, vengono date in pasto al mostro affamato, e lo stesso vale per poliziotti e uomini politici. Non dimenticherò mai il giorno in cui mi trovavo in un bar di gay e lesbiche nel quartiere di Castro, a San Francisco, con uno spiritoso abitante della zona, Doug Conaway, che mi mostrò una griglia di metallo accanto a una banca sull’altro lato della strada. Era coperta di mazzi di fiori avvizziti, in memoria della principessa Diana. I bouquet, disse, erano un modo per ricordarla. Allo stesso modo, il quartiere aveva voluto partecipare al lutto per la perdita di Andrew, che era uno di loro. «Quando sono tornato a casa e ho saputo che avevano sparato a Versace e che pensavano fosse stato Cunanan, mi sono detto: oddio, una volta abitava qui», mi confidò Conaway. «Se non fosse stato per Cunanan, non avremmo visto Diana al funerale di Versace, ed era stato qualcuno del nostro quartiere il responsabile. Poi, però, quand’è stato trovato il corpo di Cunanan, ci sono rimasto male. A cosa devo rimettermi a pensare, adesso? Alla riforma dei finanziamenti delle campagne elettorali? La morte di Diana è stata una manna, una specie di sceneggiato. La sua morte ci ha tenuti occupati un bel po’, qui sulla nostra strada.» Poi mi guardò senza battere ciglio e decise di continuare: «Se adesso Elton John si becca l’AIDS, e Liz Taylor va al suo capezzale, le viene un infarto e muore, e Michael Jackson va al suo funerale e gli cade la faccia, il legame che ci unisce diventerà chiaro a tutti». Alla fine del mio reportage ripensai a quello strano viaggio, dall’Accademia navale di Annapolis al quartier generale dell’FBI a Washington, dai campi di mais del Midwest ai grattacieli di Chicago, da Mr. S Leather di San Francisco al San Francisco Opera. Avevo camminato sulle spiagge esclusive di La Jolla e me l’ero spassata tra i gay di South Beach. Avevo incontrato rappresentanti autorevoli delle forze dell’ordine, spacciatori di crystal meth, investigatori della Squadra Omicidi, master in prigioni sotterranee sadomaso e personal trainer. Alcune delle mie fonti erano in prigione. Avevo conosciuto capi della polizia e ragazzi che si prostituivano e guadagnavano diecimila dollari in un fine settimana. Avevo incontrato perfino il pianista di una casa di tolleranza. Andrew Cunanan aveva provocato un terremoto in tutti quei mondi. Dopo la sua morte, ho cercato di mettere insieme i pezzi.

Redazione Gialli&Neri 


venerdì 19 novembre 2021

Vi presentiamo "Giallo miele" il romanzo di Enrico Pasini


Trama 
Salvo e Zenobia, diversi per storie e culture, si trovano catapultati in una trama intrigante, il cui racconto scorre attraversando tre continenti. Più storie in un mistero condito di sapori, colori e profumi, di miele e cannella. Seguendo le tracce del Miele in viaggio tra Argentina, Cile e Italia, per terminare in Austria, Salvo e Zenobia schivano tradimenti e doppio gioco.  Riusciranno a porre fine al piano farneticante del Cileno?  La soluzione dell’enigma richiede il concorso di tanti, ognuno con il suo compito. E anche il lettore sarà coinvolto.  Inizia quasi per caso questa storia, con Salvo che, licenziato dalla multinazionale ICT per la quale lavorava, trova impiego in una rivista di agri-apicoltura con un ruolo silente, fatto di osservazioni, di appunti, di connessioni. Di relazioni.  E quale relazione lega Salvo e Zenobia, donna dalla esuberanza coinvolgente? Da anni al servizio della Ditta, Zenobia è, con gli occhi sul mondo, l’interprete, la voce di tantissimi uomini e donne di affari, di malaffari, politici rampanti ed altri appassionati, faccendieri, uomini ed istituzioni.  Ora, insieme a Salvo, si trova di fronte ad un mistero celato tra bytes ed immagini codificate.  Zenobia, forte della sua esperienza internazionale, capace di tirarsi fuori da mille situazioni, anche lei, per un momento, abbassa la guardia. Sarà la vittima sacrificale braccata e predata dal Cileno?  L’indagine internazionale si incammina sulla giusta via grazie ad una intuizione di Salvo e Zenobia. Ed ora, come tante api operose dentro un alveare, i protagonisti dell’indagine si muovono alla stessa stregua di un super-organismo indipendente, strutturato e con un’alta coesione. Il lettore scoprirà la vera identità e funzione della Ditta, chi la dirige, chi indirizza i destini delle donne e uomini del racconto e l’incrociarsi delle loro vite. E il miele? Nettare degli dèi, fonte di vita, può divenire veicolo di morte manovrato da un uomo di gentile aspetto ma con l’anima criminale e perversa, forgiatasi negli anni della dittatura cilena?  Chi sarà la preda e chi il cacciatore? E, come sempre, quando ogni tassello sembra aver trovato la sua giusta collocazione nel mosaico esagonale, ecco la combinazione che ci farà di nuovo chiedere se…

L’Autore 
Enrico Pasini nasce a Roma nel 1959. Per anni nel settore della Information Communication and Technology, nel 2012 si avvicina al mondo delle api e dell’editoria di settore. Dal 2016 è cofondatore della rivista specialistica «Apinsieme - Rivista Nazionale di Apicoltura». E dal 2015, accoglie ospiti da tutto il mondo nella sua casavacanza a Roma, Petrapapae. È al suo esordio letterario. Ama ricordare un verso di Dante: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. 

giovedì 18 novembre 2021

I luoghi del romanzo giallo-politico “L’alito rovente del Drago”

L’intreccio giallo sulle trame nere dei primi anni ’70 ci porta innanzitutto dalle verdi periferie del veneziano alla città di Mestre, luogo natale dei due investigatori, milanesi d’adozione, protagonisti del romanzo. Mestre è una città che qualcuno chiama “piccola Milano”, non certo perché abbia il fascino e la bellezza della metropoli meneghina, ma perché comunque dal dopoguerra si è talmente sviluppata da offrire i servizi di un capoluogo di provincia o di regione.

Il suo scorcio più affascinante è forse la Piazza con la Torre dell’Orologio, ma molto bella è anche la via Giordano Bruno (e parco adiacente) con le rovine dell’antica Torre Belfredo che non hanno nulla da invidiare a uno scorcio della Roma antica. Il romanzo tocca Venezia non tanto nel suo tessuto urbano ma nella sua laguna, le sue isole, in particolare un’isola immaginaria, l’Isola del Morto, luogo di snodo cruciale per la trama: isole spesso disabitate, occasioni di ritrovo per pescatori o compagnie di giovani, isole di salso, di pesce, di onde. 

Quindi abbiamo la fascinosa Padova, con i suoi portici, i ristoranti presso i suoi fiumi, la magica zona di Santa Sofia ovattata, colta, silenziosa. Cuore della narrazione è però la Milano degli anni ’70, progenitrice della futura Milano da bere, con le bische, gli intrallazzi politici mai finiti dopo la tragedia di Piazza Fontana, e le sue meraviglie artistico-architettoniche: dalla scintillante Piazza Duomo ai viali ombreggiati di Foro Buonaparte, dal Castello Sforzesco a Piazza della Scala, dai palazzi colorati con il tipico giallo milanese, alle affascinanti case di ringhiera.

Infine c’è un paesino di periferia, immaginario proprio come l’isola veneziana: Colbiate, dove vivono i due poliziotti, che potrebbe assomigliare a Cologno monzese, a Corsico, a Cesano Boscone o a tanti altri paesi brulicanti di gente, a tratti degradati ma a tratti con una loro anima verde, con un loro tentativo di svilupparsi a misura d’uomo.

mercoledì 17 novembre 2021

Il trailer ufficiale di "Un caffè per la vittima" di Pamela Luidelli


Venerdì 19 novembre, alle ore 21:00, il "Programma di Classe" in onda su "Radio Cernusco Stereo inBlu" tornerà a parlare di romanzi... questa volta però, affrontando un genere molto curioso ovvero il "thriller ironico". In DIRETTA sarà ospite in "Urban Night #LIVE" sarà la scrittrice Pamela Luidelli che presenterà il suo romanzo edito da "Ali Ribelli Edizioni" dal titolo "Un caffè per la vittima".

"TERRA NOSTRA": il romanzo di Amato Salvatore Campolo attraversa lo Stretto

Lo stretto di Messina. Un luogo magico dove si intrecciano storie millenarie, dall'occupazione dei  Borboni allo sbarco di Garibaldi, dal terremoto del 1908 che fece oltre centomila vittive fino ai "moti del '70" di Reggio Calabria. Un luogo conosciuto in tutto il mondo per la sua centralità nel Mediterraneo e per un progetto ambizioso ma molto criticato, "il ponte sullo Stretto".
Ma questo angolo di paradiso purtroppo è anche molto noto a livello mondiale per la cronaca nera a causa dell'elevata percentuale di criminalità organizzata. "Terra Nostra” proietta un’immagine ben specifica del fazzoletto di terra a sud di Reggio Calabria che si affaccia sullo stretto, quella della vita delle “famiglie di ‘ndrangheta”: una vita di crimine, di omertà, di violenza; ma anche di forti legami famigliari, dove le tradizioni non solo sopravvivono, ma diventano un punto di riferimento su cui orientare la propria esistenza. 
Nel romanzo di Campolo si attraversa lo Stretto di Messina con il famigerato traghetto, per degustare "l'arancino della Caronte" (conosciuto in tutto il mondo) nel piccolo bar al suo interno, ed osservare la stupenda vista della Sicilia che si avvicina sempre di più durante la traversata. Insomma, per chi è del posto o ha attraversato almeno una volta lo Stretto sa di cosa stiamo parlando.
In questo viaggio nei paesi immaginari della Calabria; Casalotto, Bovese e Trimpoli affacciati sul mar Jonio, si percorrerà la famosa Statale 106, per alcuni media definita la "Strada della morte" dove conosceremo boss di vecchio stampo, criminali di “nuova generazione”, imprenditori corrotti, disoccupati disperati, cinici doppiogiochisti, picciotti e killer senza scrupoli. Qui la dimensione “famigliare” è la chiave di tutto. 


Redazione Gialli&Neri

UN BREVE ESTRATTO DEL ROMANZO "L'ANGELO VESTE SADO" DI SILVIA ALONSO


ESTRATTO​
Era un bianco di neve assoluto, luminoso e puro. Il candore di un giglio che nessuna mano umana avrebbe osato violare. Giaceva così, steso per terra, il volto sognante come l’estasi che gli si leggeva sul volto.
Un frammento di perfezione. Camelie sul muschio. Il rosso purpureo di quella rosa incontaminata zampillava ancora qualche goccia dalle ferite. Un contrasto perfetto sulla moquette beige, petali appena sparsi su un manto erboso. Sembrava un dolce giaciglio, un’accogliente alcova per il suo ultimo respiro di vita. Come fanno le bambinaie quando si viene al mondo, il tepore del pavimento lo stava cullando tra le sue braccia, dove avrebbe dormito per sempre.
Ma in quel momento la ragazza non poteva soffermarsi a godere di quella perfezione. Qualcosa di più urgente le soffiava sul collo, incalzandola in una morsa tagliente. Era questione di vita o di morte: doveva darsi alla fuga. Era necessario restare lucida, per dominare i pochi istanti di vantaggio che le restavano sul nemico. Dopo, sarebbe stato tutto più difficile. Il frastuono delle sirene spiegate, la polizia, le indagini, la raffica di domande che avrebbe visto grandinare sopra di sé come in un voice over.
Prese svelta ogni cosa, attenta a non lasciare indizi. Con movimenti fermi e sicuri ripiegò alla svelta, ma con cura, tutti gli attrezzi di tortura, per sistemarli nel borsone della palestra. Le era rimasto solo il tempo di infilarsi gli anfibi e i jeans slavati. Per ritornare nella solita versione rassicurante, quella di sempre: la parte della ragazzina pulita che era solita interpretare di giorno.​ Un ruolo che le era sempre riuscito naturale.
Come nel peggiore degli incubi, le pareti di quella lussuosa stanza sembravano essersi di colpo amplificate per poi richiudersi su lei, strette in una morsa tagliente. Il soffitto viola faceva da risonanza a quell’atmosfera surreale. Non avesse trattenuto l’urlo, si sarebbe sentita al centro di un remake contemporaneo del noto quadro di Munch.
In mezzo a quella Morte assordante, che dominava la scena, tutto era rimasto immobile, sospeso in un fermo immagine senza tempo. Ma fuori, la notte galoppava. Oltre quella porta, la vita avrebbe ripreso i confini della normalità. Si trattava di varcarla a doppia velocità, nel debole margine di libertà che le restava, dilatando al massimo lo spiraglio che si era aperta tra il delitto e la sua imminente scoperta. Imboccò la porta e si tuffò nelle luci della strada.

domenica 14 novembre 2021

Pubblichiamo la nostra intervista a Pamela Luidelli, l'autrice di "Un caffè per la vittima"

 
1) Benvenuta su “Gialli & neri”, Pamela. Cosa significa scrivere per te?
Innanzitutto ringrazio Gialli &neri per l’occasione di rispondere a questa interessante intervista.
Scrivere mi aiuta a evadere con la mente, slego la fantasia dalle catene e lascio correre i pensieri liberi senza restrizioni in cerca di una storia da raccontare.

2) Quando hai pubblicato il primo libro? È stato difficile?
“Un caffè per la vittima” è il  mio primo romanzo pubblicato a fine maggio del 2021.  Io, che di solito sono baciata dalle perenne sfortuna, come la protagonista del libro, devo ammettere che in questo caso sono stata fortunata. Dopo aver fatto una cernita delle case editrici che  non  fossero a pagamento e poco  serie ho inviato il romanzo e nel giro di pochi mesi ho avuto diverse proposte di contratto. Ammetto che è stata una vera sorpresa, pensavo di dover attendere parecchio tempo per avere delle risposte positive e invece…

3) Quali sono gli ingredienti che servono in un giallo?
In questo caso ti rispondo come lettrice: come in tutti i gialli non deve mai mancare un omicidio e un intreccio dei personaggi che spinga chi legge a porsi delle domande sul probabile assassino , a mano a mano che si prosegue nella lettura deve crescere la curiosità. 

4) Da dove nasce la storia di “Un caffè per la vittima”?
L’idea per il romanzo mi è venuta dopo aver assistito alla presentazione del libro di una nota scrittrice nella biblioteca del mio paese. In quel periodo stavo scrivendo un romanzo giallo ambientato negli anni Trenta e per documentarmi su quel periodo avevo letto una trentina di libri in meno di tre mesi. Avevo la mente un po’ affaticata, così acquistai il romanzo giallo della scrittrice. Dopo averlo letto mi venne in mente una trama e così iniziai quasi per gioco a scrivere le prime pagine, seguendo il filo dei pensieri, ma poi non sono riuscita più a smettere.
5) Il punto forte? E il punto di debolezza del tuo romanzo?
Una domanda davvero interessante! Devi sapere che sono una persona piuttosto autocritica e difficilmente mi faccio delle lodi: preferisco che siano gli altri a farmene. 
Questo è un romanzo giallo ma con toni ironici, perché alle volte, soprattutto in questo momento si ha bisogno di evadere e sorridere. 
 
Il punto forte del romanzo?
Secondo la giornalista Alessandra Trotta di News24.it, è l’architettura del romanzo e le do ragione. Ho fatto regista ad una storia che appare semplice, ma si complica sempre di più con l’aggiunta di nuovi elementi, sino alla soluzione finale, inattesa e geniale come nella migliore tradizione giallistica. Ma come dicevo, preferirei che fosse chi lo legge a trarne i punti di forza, per cui cito alcune delle recensioni al libro che ho trovato più convincenti:
Secondo la giornalista Lina Senserini: Un caffè per la vittima è uno di quei libri che inchiodano il lettore, pagina dopo pagina. Qualcuno potrebbe obiettare che è un giallo, dunque non potrebbe essere altrimenti. Invece non è scontato né usuale. Soprattutto quando a scrivere è un’autrice esordiente, come Pamela Luidelli, che tra le altre cose ha avuto la capacità di creare un amalgama omogeneo di situazioni e personaggi, estremamente ricco e vario.
Secondo il giornalista Gabriele Farina: Pamela Luidelli è brava a costruire un intreccio interessante, a lanciare ami che recupera in momenti diversi, a sollevare dubbi nel lettore. Lo invita a ipotizzare, a farsi domande, anche a darsi risposte… che solitamente risultano sbagliate. Apre mille porte e sta al lettore controllare che all fine siano state chiuse tutte.

Il punto di debolezza del romanzo?
È il mio primo romanzo, quindi ho ancora una lunga strada da percorrere per migliorarmi, per crescere come scrittrice. Come dicevo in una domanda precedente sono molto critica con me stessa. Lascerò come sempre ai lettori questo arduo compito. E come sempre accetterò le critiche costruttive che servono per crescere

6) Ti ha aiutato l’utilizzo dei social network per la promozione?
Come per molti esordienti scrittori i social aiutano molto, come le recensioni dei veri lettori.

7) Stai lavorando a un nuovo libro? Se si, puoi darci qualche anticipazione?
La mia mente è sempre in movimento, ho già ultimato il secondo romanzo con la simpatica e sfortunata Beatrice e mi sto dedicando a una nuova narrazione, sempre un giallo ma con nuovi personaggi. In questa nuova avventura mi sto avvalendo della collaborazione del campione italiano di pugilato pesi medi massimi Adriano Sperandio, dato che tratterrò l’argomento del pugilato.

8) Ti ringrazio del tempo dedicato, vuoi dirci ancora qualcosa?
Intanto, è stato un vero piacere rispondere a queste domande. Vorrei aggiungere a chi guarda tanta televisione di spegnere il televisore e leggere un bel libro di qualunque genere sia non ha importanza, lasciatevi cullare dalla storia, vedrete che non ve ne pentirete!

Redazione Gialli&Neri 

sabato 13 novembre 2021

Nuovi racconti gialli nel libro "Rosso sangue, delitti in Calabria" di Amato Salvatore Campolo


Rosso sangue è una raccolta di racconti gialli ambientati in Calabria di Amato Salvatore Campolo.

INTRODUZIONE
Il dottor Gianluca Trevisan, un quarantino alto e biondo, nato a Verona, se ne stava seduto nella sua poltrona, dentro l'ufficio al 3° piano della Procura della Repubblica, di Cutro, uno di quei tanti paesi calabresi, che si affacciano sul mar Jonio. 
Amato Salvatore Campolo
Il posto non offriva molto, aveva però conservato quel fascino tutto suo, dell'entroterra della Calabria, che era del tutto diverso dai paesi e delle città che erano sul mare. - Il sostituto procuratore Trevisan mentre fumava il suo amato sigaro cubano, era intento a leggere un fascicolo:

 "Atti relativi all'omicidio del Prof. Rosario Russo, di anni 55, avvenuto qualche settimana prima, in una afosa e sciroccata giornata di agosto, nella piazza principale di Cutro. Il professore Russo, era stato sorpreso da due killer, mentre era seduto al tavolo del bar “Da Mimmo” che beveva un caffè".

Pubblicato il 12 novembre 2021

IL ROMANZO TERRA NOSTRA È TRA I 200 LIBRI PIÙ BELLI D'ITALIA

Il romanzo Terra Nostra del giovane scrittore Amato Salvatore Campolo è stato selezionato al Concorso Letterario Tre Colori 2022 entrando n...