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venerdì 17 dicembre 2021

"Il contagio" : il meraviglioso romanzo di una Roma negli anni di "mafia capitale"

Sinossi
Per me ormai Roma è questa, non quella del Pantheon o di piazza Euclide; non i monumenti di gesso che si ammirano dal Gianicolo, né il giro di cupole e campanili che disegnano i gabbiani dalla Terrazza Olivetti. La Roma che per lui era straniera, da volerci quasi il visto per entrarci, è ormai straniera anche per me: non mi restano che le borgate, ma le borgate senz'anima perché l'anima delle borgate era lui. Per gli altri sono "il professore", detto con stima e ironia - il "buana" bianco che non conosce le usanze, il pollo da spennare, il gay attivo che comunque si inchiappettava uno dei loro, la persona di rispetto a cui chiedere il parere su un'irregolarità amministrativa o informazioni su un episodio storico: tra le identità che ho assunto nel tempo, mi pare una delle più accettabili. Il progetto meno opaco che riesco a formulare è trasferirmi all'estero, in una geografia immaginaria dei paesi in cui mi è stato concesso di far l'amore con Marcello (più o meno come in quei giochi dove si ricostruisce una figura congiungendo i punti con un tratto di penna); mezzo per caso mezzo per volontà, la parte di mondo che mi sarebbe consentita ha ai suoi vertici Chicago e Sharm el-Sheikh, Amsterdam e Abu Dhabi, Rio de Janeiro e Barcellona, Cuba e Berlino - il territorio in cui l'ho posseduto è libero dai mostri. Il romanzo più estroverso di Walter Siti torna in libreria con un Post scriptum inedito dell'autore.

Recensione
Un professore per amore di un culturista contagiato da un’umanità schiava del consumismo

"Andrea Cortellessa, Tuttolibri - La Stampa"

Diranno i posteri se la trilogia compiuta da Walter Siti due anni fa con Troppi paradisi è davvero il monumento che non solo a me appare; ad esempio per Giorgio Ficara - sullo scorso Tuttolibri - Siti è l'esempio del «romanziere italiano contemporaneo» che «ha rinunciato alla continuità con se stesso, con la sua stessa letterarietà e i suoi fondamenti». C’è da scommettere che Siti sarebbe d'accordo, facendosene anzi un titolo di merito. (Ma il tramonto «scenografico» citato a suo carico da Ficara non è che uno dei «colori da videogioco» del paesaggio di borgata. Un esempio dell'infallibile consapevolezza di Siti dell'inautenticità da lui rappresentata; una marca del suo stile, dunque.)
Della sullodata trilogia Il contagio è insieme la continuazione e l'abiura. Se lì la lente era sulla «sperimentalità» di un io ingrandito sino all'iperbole - la più sottile delle finzioni - qui le prime centosessanta pagine stordiscono con una narrazione tutta in terza persona, pressoché depurata da digressioni «saggistiche» e autobiografiche. L’invasivo io della trilogia è ridotto a figura sullo sfondo, comparsa fra le innumerevoli che formicolano parossisticamente sulla tela: è «il professore», per formazione e milieu estraneo all’ambiente in cui s’è voluto immergere - se l'è voluto anzi «inoculare», sperimentalmente esponendosi al «contagio», appunto - per amore del culturista Marcello, già memorabile deuteragonista di Troppi paradisi. Mentre lui, il «professore», è presentato «astratto nella sua metafisica», la realtà descritta - la plaga mucillaginosa, per dirla con l'Istat, di un’umanità schiava del consumismo mediatico sino alla tossicodipendenza - è tutta e spietatamente fisica: senza i piani ulteriori, filosofici, ideologici, persino religiosi, che connotavano la trilogia. Rispetto a quell'espressionistica conduzione tutta «in soggettiva», non c'è dubbio che questa sia pure esasperata oggettività retroceda a una cifra naturalistica. Naturalistica è del resto pure la struttura della prima parte, che usa - come baricentro, batisfera in questi orizzontali Sargassi umani - uno stabile sito nell'immaginaria Via Vermeer, dei cui abitanti si narrano appunto le vicende. Con un doppio omaggio, dunque: allo Zola più entomologico, quello di Pot-Bouille (del comportamento dei borgatari si dice che è più della «colonia» che non dell'«individuo») e all'«elogio del quotidiano», per dirla con Todorov, del grande descrittore fiammingo.
La seconda parte, per fortuna, scompiglia le carte: oltre a due veri e propri saggi, sull’antropologia delle borgate e sul significato simbolico della cocaina, s’incastonano altri materiali spuri che fanno esplodere la struttura naturalistica riammettendo anche, a sorpresa e non senza squilibri, la scrittura in prima persona: ora sentimentalmente survoltata al resoconto accorato di tutti i disinganni patiti. Soprattutto c’è l'episodio vertice del libro, Viaggio in Olimpo, che finalmente si concentra su un personaggio, il piccolo spacciatore Mauro, narrandone l’abortita educazione sentimentale e culturale (una specie di Martin Eden incompiuto, che scaraventa sulla borghesia intellettuale di sinistra tutta l’acrimonia di una plebe di destra finalmente libera di compiacersi tale: «Vi rendete conto che non fate altro che proibire?… non l'avete ancora capito che la gente vuol partecipare allo schifo?»). È la chiave del libro: che lo sottrae allo schematismo sociologistico (a Siti una volta diagnosticato da Daniele Giglioli) nonché al partito preso «realistico».
La formula magica di Troppi paradisi, che gli ha attirato anche non pochi avversari, era una sorta di epochè ideologica e morale: sul fango dell’umanità post-reale non ci si permettevano giudizi di sorta. Non che ora questi risuonino, per carità; ma la desolazione amarissima - di una sinistra sconfitta e schiava di una «volontà» che non trova più corrispondenza nel reale, di una destra vittoriosa ma non meno schiava di una realtà priva d’«intenzionalità» - qui davvero non ammette riscatto. Non è solo il «paesaggio», questa «poltiglia» che «non smette di arrendersi» (come Siti una volta definisce la «sua» borgata): siamo tutti noi. Non solo, si capisce, nella città che ha visto la resistibile ascesa del Sindaco-Duce.

L'autore
Walter Siti (1947, Modena)
Critico, letterato, saggista italiano.
Formatosi alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ha insegnato nelle Università di Pisa, Cosenza, L'Aquila. È il curatore delle opere complete di Pier Paolo Pasolini. Tra i suoi libri ricordiamo: Scuola di nudo (Einaudi, 1994), Un dolore normale (Einaudi, 1999), La magnifica merce (Einaudi, 2004), Troppi paradisi (Einaudi, 2006), Il contagio (Mondadori, 2008) - dal quale viene tratto un film nel 2017 -, Autopsia dell'ossessione (Mondadori, 2010), Resistere non serve a niente (Rizzoli, 2012, vincitore del Premio Strega 2013), La voce verticale. 52 liriche per un anno (Rizzoli, 2015), Bruciare tutto (Rizzoli, 2017)
Nel 2007 è stato finalista al Premio Bergamo; nel 2009 ha vinto il premio letterario Dedalus. Dal novembre del 2008 tiene sulla «Stampa» di Torino una rubrica di televisione intitolata La finestra sul niente.
Ha scritto anche diversi racconti, tra i quali: Benvenuta Rachele (in Questo terribile intricato mondo. Racconti politici, Einaudi, 2008), Walter Siti incontra Ercole (in Corpo a corpo. Interviste impossibili, Einaudi, 2008), Requiem per una sceneggiatura non scritta (in Malaitalia. Dalla mafia alla cricca e oltre, Guanda, 2010).
Tra i suoi saggi si ricordano: Il realismo dell'avanguardia (Einaudi, 1975), Il neorealismo nella poesia italiana. 1941-1956 (Einaudi, 1980), Il canto del diavolo (Rizzoli, 2009) e Il realismo è l'impossibile (Nottetempo, 2013).
Ha pubblicato inoltre su varie riviste italiane e straniere («Nuovi argomenti», «Paragone», «Rivista di letteratura italiana» e altre) saggi su Montale, Penna, Pierpaolo Pasolini e sulla poesia italiana contemporanea.

Un estratto di "Polvere e cenere" della scrittrice Samantha Colombo

La trama
Il 16 ottobre 1896, la vita di Gloria Galt cambia. Di nuovo. Dopo aver vissuto molti anni lontana dal Surrey, approda sulle coste inglesi e giunge a Londra, la città più moderna e cosmopolita del mondo. Il soggiorno, legato a impegni lavorativi, si trasforma in un incubo: la sua carrozza viene presa d’assalto da una banda di criminali, il vetturino ucciso e del suo compagno di viaggio si perdono le tracce. Rifugiatasi nella casa della misteriosa famiglia Ravensdale, viene a scoprire di essere ritenuta l’unica colpevole dell'omicidio. Costretta a nascondersi nell’East End, inizia un percorso di rinascita e consapevolezza. Tuttavia, ben presto, i ricordi e il passato doloroso e oscuro di Gloria riaffiorano.

Prima parte - Il ritorno
Bermondsey
Si precipitò all’esterno. Corse via, divincolandosi da una stretta di tabacco e sudore che le rubava il respiro e, in un attimo, la folla assiepata in quella bettola le fu alle spalle. Con uno scatto si era ritrovata lì, l’aria pungente della sera a lambirle il volto, le unghie conficcate nel legno scuro della vecchia ringhiera, divorata dalle nebbie e dall’acqua del fiume. Appena pochi piedi sotto le suole e più giù, oltre quelle assi precarie, il Tamigi si infrangeva contro i piloni di sostegno, artigli senza tempo che si aggrappavano scricchiolando al fondale. Avvertiva le gocce di quell’acqua fetida e tumultuosa raggiungere le sue guance; le onde si increspavano a ricordarle la loro temibile forza, a reclamare il tributo di una nuova anima disperata e sola. Alcune chiatte ormeggiate danzavano in balia della corrente, insetti neri e lucidi che si confondevano nella penombra. Respirava ancora a fatica, guardandosi intorno nella notte rischiarata dalla luna piena e dalle fioche luci di Bermondsey, quella sera di metà maggio del 1897. Lontani, di fronte a lei, i moli di Wapping tagliavano la notte con i profili maestosi, custodendo nel loro ventre i tesori del fiume più ricco al mondo, in un luogo dove ogni carrucola e ciascun carrettiere diventavano ingranaggio di un inarrestabile commercio. In quell’istante, mai come allora, si sentì imprigionata, oppressa come le vecchie case intorno, contorte tra assi marcescenti e mattoni velati di fuliggine. Erano lì, in strenua resistenza all’inabissarsi nel fiume, a soffocare i lumi che fendevano la foschia, monoliti di una vecchia
Londra sudicia e corrotta che no – lo sapeva fin troppo bene – non era affatto scomparsa. D’un tratto, un ubriaco spuntato da chissà dove iniziò a emettere borbottii senza senso, incespicando sulle vicine scale logore che scendevano dritte nel fango della riva, già pronte per essere inghiottite alla prossima alta marea. Tanto bastò a spaventarla, a far sussultare lei, che il coraggio aveva imparato a indossarlo come l’abito migliore. Fu attraversata da una paura che dalle viscere risaliva direttamente in gola, a distogliere la sua attenzione da quel paesaggio derelitto intento a sopraffarla, e già con il busto aveva finito per sporgersi più del dovuto. In quell’istante le fu chiaro che tutto stava cambiando. Chiudendo gli occhi, quel nome appena intravisto, stampato con inchiostro nero sulla carta di un giornale e impresso in modo indelebile nei suoi occhi, riaffiorò in un sussurro che si perdeva nella notte. «Hawkesworth!».

L'autrice 
Samantha Colombo è nata a Busto Arsizio nel 1980. Laureata in Etnomusicologia, si occupa di editoria digitale, collabora con riviste musicali ed è consulente per un quotidiano. Con un nome le cui origini letterarie si perdono in tempi remoti, vive da sempre in bilico tra presente e passato, forse anche per questo motivo le pagine che scrive compiono un viaggio a ritroso nella storia. Ha pubblicato diversi saggi e racconti, Polvere e cenere è il suo primo romanzo.